
Sono sempre più convinto che mia madre, come Dorian Gray, abbia stretto un patto con il demonio.
Solo che, invece di un quadro nascosto in soffitta, ha fatto un figlio: io invecchio, lei resta luminosa, giovane, instancabile.
Una donna fuori dal tempo.
Lei è un personaggio che sembra uscito da un romanzo. Non uno qualsiasi, ma di quelli sospesi tra realtà e magia, dove l’impossibile accade senza spiegazioni e ogni gesto quotidiano si colora di meraviglia. Di quei romanzi in cui i protagonisti sfidano le regole del tempo e delle convenzioni, e anche nei momenti più duri conservano una luce negli occhi, come se fossero attraversati da qualcosa di raro e irripetibile che nessuno riesce davvero a spiegare.
La paragono spesso a Edward Bloom di Big Fish: racconti incredibili che sembrano inventati, finché non scopri che, almeno in parte, sono veri. E allora non sai più dove finisca la realtà e dove cominci l’incanto.
Mia madre è così: le sue storie sembrano teatrali, esagerate, piene di dettagli surreali. Poi scopri che sono vere. O forse no. Ma non importa: il modo in cui le racconta è già un dono.
Ha vissuto troppo per poterlo riassumere. È sopravvissuta a un’epoca e a un continente che non perdonavano una donna sola con un sogno. Tradita da chi diceva di amarla, ha cresciuto un figlio nel silenzio più assordante. Poi ha incontrato mio padre, attraversato un oceano senza certezze, affrontato Milano con due figli piccoli, poi un terzo, accolto e amato come suo: “Lui è mio figlio”, direbbe. Ha fatto mille lavori, spesso insieme, senza mai chiedere nulla.
Ha amato un uomo egoista, cresciuto un figlio difficile — sì, io — e soprattutto ha affrontato l’indicibile: guardare un figlio andarsene a 21 anni. Eppure è ancora qui. Non spezzata, ma in piedi. Non amara, ma luminosa. Forte, anche nel silenzio.
A lei piace scherzare. E in effetti, vivere con quattro uomini — uno più sarcastico dell’altro — ha richiesto una tolleranza altissima a battute e prese in giro.
Una volta le dissi:
– Mami, hai fatto atletica da giovane?
– Campionessa regionale di salto in lungo!
– Grandiosa! Allora faresti un salto a prendere il telecomando?
– Che stronzo, Dios mío.
E Giorgio rideva.
Ma lei è come un Predator: ad ogni sconfitta, analizza, impara, evolve.
Così un giorno suonò il campanello:
– Figlio mio, tu eri bravo nei 100 metri a ostacoli, vero?
– Vado mamma, vado.
Ovunque vada, mia madre si fa voler bene. Non per compiacere, ma perché è disarmante nella sua gentilezza.
Non chiede giudizi, non li teme.
La sua presenza mette in soggezione senza imporre nulla. Quando entra in una stanza, la illumina. Col suo sorriso grande, i gesti teatrali, e quei vestiti che sfidano ogni logica cromatica — fucsia, arancio, turchese, verde pistacchio — eppure sembrano fatti apposta per lei.
Non è eccentrica: è magnetica.
E forse è proprio questo il suo segreto: non segue nessuno, ma tutti vorrebbero seguirla.
E mentre lei riempie ogni spazio con la sua voce e le sue certezze, io mi sento spesso inadeguato. Non per le sue aspettative, ma per la sua grandezza. Dove da una parte ho avuto un padre fragile, dall’altra ho una madre forte, affidabile, amorevole. Ha tenuto insieme tutto, anche quando il dolore poteva distruggere ogni cosa. E con una madre così, ti senti in colpa persino per essere imperfetto.
Solo lei poteva sopravvivere a tutto, anche alla perdita più devastante. E restare viva, integra, amorevole. Trasformare il dolore in cura, in presenza, in costruzione. Un pranzo, una battuta, una carezza.
Non posso non pensarla come un personaggio di un romanzo di Gabriel García Márquez. E come ogni personaggio magico, non importa se la storia è vera. Conta solo che, quando appare, il mondo sembra più pieno, più vero, più straordinario.
Dunque buona Festa della Mamma, Madre.
E che il mondo ti restituisca, ogni giorno, un po’ della bellezza e della forza che tu regali a chiunque incontri.
Soprattutto a me.